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terribile perché.
L'attività dei reporter in zone di guerra è certamente ad alto rischio.
Dalla ex-Jugoslavia all'Afghanistan, dall'Africa all'Iraq i sacrifici di
Almerigo Grilz, Raffaele Ciriello, Maria Grazia Cutuli, Enzo Baldoni e
di tanti professionisti noti e meno noti, Italiani e non, sono la
testimonianza di un impegno condotto fino all'estremo per garantire
informazione al mondo libero da quei luoghi in cui la libertà è negata.
Ma la vicenda di Ilaria e Miran è un "unicum" nel suo genere. Mai
nessuno ha saputo ricostruire con certezza la dinamica dell'imboscata,
il numero degli esecutori materiali, il movente, nemmeno la tipologia di
armi utilizzate. Certo la Somalia del marzo '94 era un campo di
battaglia, in quei giorni di marzo i contingenti di pace arrivati due
anni prima con l'obiettivo di porre fine alla guerra tra clan si
imbarcavano mestamente dopo aver preso atto del fallimento politico
della loro missione. La stessa presenza italiana in quelle ore era
ridotta ad una manciata di militari. Ma il contesto caotico e desolante
da solo non basta a giustificare i buchi neri nella ricostruzione del
duplice omicidio. A Mogadiscio si giocavano molte partite con attori e
scopi inconfessabili. Boss locali e faccendieri di tutte le risme e
nazionalità, compresa quella italiana, gestivano chissà come e perché
fondi e mezzi della cooperazione. Sullo sfondo i traffici illeciti
originati in Europa che prevedevano lo smaltimento di rifiuti tossici
tra le sabbie del deserto o al largo delle coste somale in cambio di
armi per i signori della guerra. A rendere ancora più torbido il
contesto, il comparire sulla scena internazionale dell'integralismo
islamico che vedeva in quegli anni la presenza accertata di centinaia di
militanti reduci dall'Afghanistan (compreso Osama Bin Laden) o collegati
al radicalismo algerino, tra le fila dei clan in lotta. Con una serie di
organizzazioni non-governative musulmane che intendevano come
manifestazione concreta di solidarietà nel Terzo Mondo il finanziamento
dell'attività integralista.
Era questo il labirintico ambiente nel quale Ilaria si muoveva, con la
circospezione che la situazione richiedeva ma con la grinta e la voglia
di conoscenza della professionista di razza. Ripercorrere a partire da
quel tragico 20 marzo i mille sentieri attraversati dalla giornalista
alla ricerca di un "chi" e di un "perché" è compito improbo. In questi
anni molti sono stati i tentativi di arrivare alla verità. Ma troppe o
troppo poche sono state le spiegazioni. Ai silenzi imbarazzati di chi
avrebbe dovuto proteggere prima e indagare dopo, silenzi frutto forse
più della negligenza che della connivenza, ha fatto da contraltare un
profluvio di esternazioni e produzioni pubblicistiche. E il complottismo
di cui si nutrono ampi settori della stampa nazionale e taluni ambienti
politici non ha certo contribuito all'accertamento della verità. È stata
necessaria l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta per
colmare le lacune giudiziarie ed investigative. Un organismo in cui
tutti i rappresentanti delle diverse forze politiche da quasi due anni
lavorano con scrupolo e spirito bipartizan con l'unico interesse di
mettere la parola fine ad un mistero rimasto tale troppo a lungo. |
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