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Biografie, idee ed opinioni....

 
Giampiero Cannella

 ILARIA ALPI: UNDICI ANNI DOPO.

 di Giampiero Cannella  12/04/05

Undici anni sono trascorsi senza che sulla morte di Ilaria Alpi e del suo videoperatore Miran Hrovatin sia stata fatta piena luce. Nessun perché potrà mai rendere meno insopportabile lo strazio dei genitori dell'inviata della Rai vittima in una strada polverosa di Mogadiscio di un agguato dai contorni ancor oggi misteriosi. Ma l'accertamento della verità sul duplice omicidio, l'individuazione di movente, mandanti ed esecutori renderebbe giustizia ai familiari e a quanti da più di un decennio hanno percorso tutte le piste possibili alla ricerca di quel

 
 

terribile perché.
   L'attività dei reporter in zone di guerra è certamente ad alto rischio. Dalla ex-Jugoslavia all'Afghanistan, dall'Africa all'Iraq i sacrifici di Almerigo Grilz, Raffaele Ciriello, Maria Grazia Cutuli, Enzo Baldoni e di tanti professionisti noti e meno noti, Italiani e non, sono la testimonianza di un impegno condotto fino all'estremo per garantire informazione al mondo libero da quei luoghi in cui la libertà è negata. Ma la vicenda di Ilaria e Miran è un "unicum" nel suo genere. Mai nessuno ha saputo ricostruire con certezza la dinamica dell'imboscata, il numero degli esecutori materiali, il movente, nemmeno la tipologia di armi utilizzate. Certo la Somalia del marzo '94 era un campo di battaglia, in quei giorni di marzo i contingenti di pace arrivati due anni prima con l'obiettivo di porre fine alla guerra tra clan si imbarcavano mestamente dopo aver preso atto del fallimento politico della loro missione. La stessa presenza italiana in quelle ore era ridotta ad una manciata di militari. Ma il contesto caotico e desolante da solo non basta a giustificare i buchi neri nella ricostruzione del duplice omicidio. A Mogadiscio si giocavano molte partite con attori e scopi inconfessabili. Boss locali e faccendieri di tutte le risme e nazionalità, compresa quella italiana, gestivano chissà come e perché fondi e mezzi della cooperazione. Sullo sfondo i traffici illeciti originati in Europa che prevedevano lo smaltimento di rifiuti tossici tra le sabbie del deserto o al largo delle coste somale in cambio di armi per i signori della guerra. A rendere ancora più torbido il contesto, il comparire sulla scena internazionale dell'integralismo islamico che vedeva in quegli anni la presenza accertata di centinaia di militanti reduci dall'Afghanistan (compreso Osama Bin Laden) o collegati al radicalismo algerino, tra le fila dei clan in lotta. Con una serie di organizzazioni non-governative musulmane che intendevano come manifestazione concreta di solidarietà nel Terzo Mondo il finanziamento dell'attività integralista.
   Era questo il labirintico ambiente nel quale Ilaria si muoveva, con la circospezione che la situazione richiedeva ma con la grinta e la voglia di conoscenza della professionista di razza. Ripercorrere a partire da quel tragico 20 marzo i mille sentieri attraversati dalla giornalista alla ricerca di un "chi" e di un "perché" è compito improbo. In questi anni molti sono stati i tentativi di arrivare alla verità. Ma troppe o troppo poche sono state le spiegazioni. Ai silenzi imbarazzati di chi avrebbe dovuto proteggere prima e indagare dopo, silenzi frutto forse più della negligenza che della connivenza, ha fatto da contraltare un profluvio di esternazioni e produzioni pubblicistiche. E il complottismo di cui si nutrono ampi settori della stampa nazionale e taluni ambienti politici non ha certo contribuito all'accertamento della verità. È stata necessaria l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta per colmare le lacune giudiziarie ed investigative. Un organismo in cui tutti i rappresentanti delle diverse forze politiche da quasi due anni lavorano con scrupolo e spirito bipartizan con l'unico interesse di mettere la parola fine ad un mistero rimasto tale troppo a lungo.

 
 
 
 

(*)Capo-gruppo di An nella commissione di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

 
 
 
 

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