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Biografie, idee ed opinioni....

 

Pietrangelo Buttafuoco

 PALERMO? UN'ESAGERAZIONE, CAPISCI A ME!

 di Pietrangelo Buttafuoco* 22/06/05 

 

Finiti gli anni di ferro delle guerre di mafia, la città si rigenera in spiaggia, nei circoli, nei lidi. Lo status si misura dalla scorta. E adesso arriva anche il re di Spagna. La città del noto problema, quello che mette famiglie contro famiglie, fratelli contro fratelli, il vicino contro il vicino, , fu città magnifica.
Adesso, e rubo la didascalia a Ciprì e Maresco, è «diventata una delle più brutte città del mondo».

 
 

     C'è diventata assecondando negli anni lo stupro urbanistico.
Ma se Palermo, capitale di Sicilia, già felice emirato di halisah (l'eletta), ovviamente rasa al suolo dagli americani, custodisce ancora gioielli architettonici e case stupefacenti (quasi tutte restaurate da ditte poi costrette al sequestro per riciclaggio di denaro), un debito lo deve a Salvo Lima.
   Il potente viceré andreottiano lo diceva sempre: «Un giorno mi ringrazierete per aver sempre impedito l'approvazione del piano regolatore».
E a questo punto si deve dire grazie, altrimenti Palermo avrebbe avuto tutto il suo centro storico demolito dai geometri e sarebbe ridotta a due soli grandi assi viari, all'alluminio anodizzato, al cielo in cellophane, alle piante di plastica e perfino sfinciuni, musso, calcagnolo, stigghiola e il quadume (tutte note pietanze della cucina da strada, tutte molto light) sarebbero di plexiglas e non di grasso fritto saturo.
In Palermo, città del noto problema, si arriva anzitutto col postale da Napoli (da qualche anno anche da Civitavecchia) sbarcando dunque nel porto di Giafar.
Scenderci col treno è esperienza vintage, a usare l'automobile, poi, c'è da farsi la croce con la mano manca (vedi il noto problema), con l'aeroplano invece è quasi obbligatorio anche perché l'esperienza vale un trattato di sociologia.
   Al gate d'imbarco il viaggiatore avrà modo di osservare come i passeggeri della Freccia alata, più che nelle altre tratte, sono una casta meritevole di molta cura e la radiografia dei posti assegnati è il vero termometro del livello sociale. Così come dalle scorte si capisce la gerarchia (si passa dai 16 agenti dei magistrati ad alto rischio alla «singola equipaggiata» di Leoluca Orlando, l'ex sindaco), dai posti delle prime file si decifra la piramide dell'importanza. 
    I primi posti sono tutti aggiudicati agli uomini del palazzo di giustizia, mentre a seguire ci sono i politici-statisti, altrettanto scortati, tipo Gianfranco Miccichè, Carlo Vizzini; e perfino il caro Renato Schifani, braccio destro di Silvio Berlusconi, ha ben sei elementi di scorta.
«Cosa incredibile» dice un palermitanazzo dalla lingua fitusa «perché poi uno così, anche a volerglielo regalare ai criminali, non saprebbero neppure che cosa farsene». Lo «scortamento ridotto» descrive il declino dell'uomo pubblico, man mano che gli si riduce la tutela, il grado di lucore sociale gli si appanna.
   Sua eccellenza l'onorevole e dottore Giuseppe dei conti d'Ayala, fotografia vivente dell'inarrivabile nobiltà siciliana, segnalato tra le poltrone dai sospiri delle hostess, non ha di questi problemi perché chiunque gli è accanto o gli s'avvicina inevitabilmente sembra un famiglio speditogli dal suo soprastante dai feudi di San Cataldo.
Anche i posti delle ultime file sono automaticamente occupati: con gli occhiuzzi tristi tristi, messi in mezzo tra i secondini, col giornale sui polsi per nascondere gli schiavettoni, ci sono i detenuti. Con tutti i processi, tra cassazione e trasferte, c'è un impressionante «acchiana e scinni» da Palermo.
    È naturale questo salire e scendere d'imputati, condannati e avvocati, e il passeggero anonimo, anche il nostro palermitanazzo dalla lingua fitusa, trova posto, se lo trova, solo nelle file centrali dove al passaggio degli steward può prendersi finalmente la sua cosuzza. In Palermo, città del noto problema, c'è anche la disoccupazione. Ma un motivo eccentrico e originale rispetto alla retorica dei terroni c'è e gli è che tutti quelli che hanno un'occupazione hanno poi dai cinque ai dieci lavori a testa.
Gianni Puglisi per esempio, assessore alla Cultura del Comune, è anche un pezzo grosso dell'Unicef, è vicepresidente del Teatro Biondo, è presidente della Società estetica linguistica e filosofica, ha 13 consulenze, è anche rettore della Iulm, l'Università di Milano che ha dato la laurea honoris causa a Vasco Rossi.
E lamenta di non avere i giusti fondi per il suo assessorato perché, a sua volta, Davide Rampello, milanese, già regista Fininvest, nella sua qualità di consulente del sindaco Diego Cammarata assolve le urgenze spettacolari della cultura panormita: anche moltiplicando consulenze proprie e altrui.
    Dio ce ne scampi avere un palermitanazzo dalla lingua fitusa, proprio un normanno dall'occhio azzurro e sarbaggio, a far da segnalatore delle cose di città. Dice: «Tutta la potenza di Palermo è stata risolta nella fatica di trasformare un avverbio in un aggettivo». L'avverbio che funge da aggettivo è «invano», e «l'uomo invano» è il campione di una stagione stremata a dibattersi tra fatuità e vacuità.
In Palermo, città del noto problema, non c'è una classe di rapina, ma «una classe di scimuniti»: uomini nuovi orbati dal tragico per fare eventi, transumanza d'happy hour, piritollame, passatempo del fatuo e del vacuo. Perfino Palazzo de' Normanni, il più antico parlamento nella storia d'Occidente, sede del trono di Federico II di Svevia, il posto dove manco per sbaglio si poteva entrare senza cravatta, oggi è diventato un set cinematografico.
   Vi si aggirano attori di una produzione spagnola in costume, deve essere di cappa e spada perché le dame sono tristi e malinconiche dentro le mura del maniero, ma un'attenuante questa profanazione ce l'ha: è un favore che Guido Lo Porto, il presidente dell'Assemblea regionale siciliana, non ha potuto negare a Juan Carlos di Borbone, il re di Spagna che tornerà da sovrano in Palermo per inaugurare la mostra sull'Età della dominazione spagnola in Sicilia (e speriamo che, nel mentre, sua altezza rimproveri Lo Porto d'essersi fatto fare, per la celebrazione del 52° dell'autonomia, dei poster poi fatti affiggere in tutta Palermo; speriamo che lo rimproveri come il principe di Salina fece con Calogero Sedara vestito in frac e sovraccarico d'onorificenze pacchiane).
Non c'è più la grande stagione della letteratura civile (c'è ancora per fortuna il catalogo Sellerio con un gioiello, Il mondo è degli sconosciuti di Salvo Licata, c'è Santo Piazzese e c'è Andrea Camilleri e il suo prossimo Montalbano, La Luna di Carta) ma lo storico quotidiano di città, Il Giornale di Sicilia, i suoi editorialisti li prende tutti tra i forestieri; e la stessa editrice Sellerio il suo consigliori l'ha preso dall'olimpo della critica letteraria meneghina, ovvero Beppe Benvenuto.
   Come ai tempi dell'annessione al Regno di Piemonte (quando gli italiani si fotterono tutti i soldi del Banco), tutti i gioielli di famiglia della città sono stati apparecchiati agli altri. Il Banco di Sicilia se l'è preso Cesare Geronzi («Capisci a me!» occhieggia il fituso), il Rapitalà, vino di famiglia di Vito Guarrasi, l'avvocato simbolo della Palermo aurea, oggi è sotto il controllo del Gruppo italiano vini di Verona.
Del Nord sono anche i proprietari dei 105 sportelli di Banca Nuova, là dove c'erano i vinelli e i vigneti dei cugini Nino e Ignazio Salvo ora c'è il marchio Zonin e le mitiche esattorie dei defunti cugini sono state elevate a virtù democratica dall'altrettanto mitico Monte dei Paschi di Siena. Anche le aziende dei defunti cavalieri del lavoro sono finite nelle casseforti delle coop rosse: «Ma quelle sono vicende catanesi e agrigentine, capisci a me!».
   Non c'è un palermitano che faccia il palermitano. Il meraviglioso squadrone rosanero del Palermo è nelle sicure mani di Maurizio Zamparini, un friulano, il grandissimo Luca Toni (che il Signore lo protegga) è di Modena e uno schiticchio, ovvero ciò che in altre latitudini si chiama party, è stato offerto ai palermitani di lusso dal nuovo proprietario di Villa Igea: Gaetano Caltagirone, il figlio di Francesco Bellavista Caltagirone, l'altra famiglia forestiera sbarcata a Palermo per fare di Palermo la vera Palermo, la capitale del liberty e della gradevolezza del vivere.
Sergio e Claudio Magazzù, due fratelli, hanno brevettato un gommone di 12 metri regolarmente cabinato. È una cosa molto toca, ovvero ciò che in altre latitudini si dice una cosa molto fica, il prototipo gliel'ha comprato la Ferrari e così si completa l'affanno del marketing chic.
    È anche vero che la vera Palermo è un album di signorilità: Mimì La Cavera ed Eleonora Rossi Drago sono la coppia la cui apparizione necessita di un Federico De Roberto per spiegarne il tratto imperiale.
Emanuele Macaluso, il grande capo della politica intesa come ragionamento, il fabbro del pensatoio riformista, è parte di questa atmosfera fatta di grandezze. Nel solco della Palermo dei signori, figlio di quell'élite, i Gallo, signori e pionieri dell'imprenditoria portuale, c'è Vincino, l'unico grande poeta della vignetta.
   È anche vero che la vera Palermo è tutta fuori Palermo: sono tutti all'estero e la città è solo l'approdo della villeggiatura. Paco e Tommaso Wirz, due giovani signori di grande educazione, da Villa De Simone Wirz, la loro residenza a Partanna Mondello, possono garantire sul ritorno prossimo venturo dell'élite alla responsabilità di vivere la città.
   Loro, a ogni modo, lavorano a Milano e Milano è solo il quartiere più brillante di Palermo: basterebbe farsi accompagnare da Alessia Sottile (bellissima, sia detto per la cronaca), responsabile di un'agenzia di comunicazione Hsl, per scoprire nell'incunearsi dell'Europa tutta quella Palermo che in Sicilia non abita più. È tutta una questione di posizionare il proprio destino tra stare accabbanna o addabbanna, parole che altrove significano «di qua» e «di là».
   Accabbanna è anche il titolo del cd di Olivia Sellerio, un album jazz forgiato nella sonora malìa di stare di qua. Accabbanna Giuseppe e Alberto Tasca d'Almerita hanno allestito a Capo Faro, a Salina, una tana esclusiva, non certo abbordabile come la taverna del Dottore del brodo o la balata dei Fratelli Viviano a Porta Carbone.
Anche accabbanna ci vuole la moneta e a Palermo con un euro si può pranzare: bisogna avere l'idea, ed è una misericordia che avrebbe commosso il Profeta vedere la gente mangiare per strada: tutti piegati in avanti per non ingrasciarsi di schizzi e sgocciolanti frattaglie. Sul bancone dei pescivendoli il tonno fatto a pezzi viene presentato come «tonno vivo» e la metafora è delicata assai perché tutto ciò che pare vivo deve essere necessariamente morto ammazzato.
   Di là, addabbanna, c'è Milano, quella di Marco Glaviano, il fotografo della moda, quella delle signore del vino, il Planeta, le cui bottiglie educano alla verità di Dioniso.
A Milano c'è Marcello Dell'Utri, e non potrebbe che essere in via Senato, nella sua biblioteca.
   Tra le sue carte, c'è un tesoro, è la bomba editoriale della prossima stagione, un inedito: le lettere di Giuseppe Tomasi di Lampedusa ai cugini Casimiro e Lucio Piccolo. Sono resoconti di viaggio firmati «il mostro», reportage senza filtro sulle città d'Europa nel periodo tra le due guerre mondiali. Dire che c'è una prosa poco opportuna politicamente è un eufemismo: succederà l'inferno, sarà peggio del maxiprocesso.
C'è pure una tappa a Berlino. Il libro è in cottura. Lo sta curando Silvano Nigro, un catanese cattedratico della Normale di Pisa che, chissà perché, in luogo di dire la famosa parola siciliana nel modo giusto, dice sempre «minchieo!», «ma probabilmente» corregge il fituso «si riferisce al rettore Melamineo».
   La Palermo dei creativi e degli artisti s'è ritrovata con il siracusano Roy Paci & Aretuska, una band che è la filiazione del Fiorello in versione snob. Anche l'America è un quartiere tutto palermitano. Promessi applausi a scena aperta per What you see is what you get: «You remember? I'm your Saro, tuo cucino in Bruccolino/ Mangia e vivi e futti futti ca poi Diu perdona a tutti./ Car and bitches, night and club ma non chiedermi il perché».
   A tutto c'è rimedio e in tutto c'è una spiegazione: Palermo è una città che ha avuto una guerra civile, la guerra tra l'antimafia chiodata e il garantismo. Comincia con la primavera di Orlando, nel 1986, e finisce con la partenza di Gian Carlo Caselli, qualche mese prima del 23 ottobre 1999, l'assoluzione di Giulio Andreotti. Molti malacarne sono stati assicurati alle galere, però macerie, feriti e morti si contano ancora nella parabola dei rancori e del lutto stretto.
   Palermo che non è solo la città del noto problema, e cioè il traffico, ma geografia di puro contesto è la scivolosa palude del mascariamento, rivive gli strascichi di quella guerra nella maledizione di una parodia. C'è il garantismo della Casa delle libertà, ma non è quello di Leonardo Sciascia, e c'è la guerra civile che s'è rigenerata all'interno dell'antimafia, nel palazzo di giustizia, nei circoli di città e nelle redazioni dei giornali.
L'avvocato più famoso, Giulia Bongiorno, alla lettura dell'assoluzione di Andreotti esulta in un modo troppo telegenico e si consegna così al carrello dei volti buoni per L'Isola dei famosi.
   Deve essere una malattia che prende tutti se Angelo Siino, il cervello dell'ultima generazione mafiosa, oggi pentito, vestito con una camicia a quadrettoni, pantaloni di velluto, informale, al giudice che lo interroga dice: «Mi deve scusare se sono venuto in desabigliè, in tenuta di campagna. Sono venuto com'ero».
Siino s'era comprato la casa dove fecero il set di Il giorno della civetta, la casa di don Mariano a Partinico.
   È malattia che acchiappa il successo: la sorella di Paolo Borsellino fa da testimonial alle serate in libreria da Feltrinelli con Sabina Guzzanti affinché tutto finisca a varietà; e la sorella di Giovanni Falcone ha smesso di fare da voce postuma del fratello dopo una delusione elettorale; mentre la signora Bertolino, cognata di Siino, è difesa da Alfredo Galasso e la difesa non corrisponde allo stereotipo.
Bertolino è sotto accusa per via di una distilleria inquinante, Galasso, che ha sempre difeso gli indifesi, in questo caso sembra essere passato dall'altra parte ma la città non è più quella in cui qualcuno diceva «la mafia non esiste», mentre altri rispondevano «la mafia siete voi».
   Al convegno su cooperazione giudiziaria e mandato di arresto europeo, si sono ritrovati nello stesso comitato scientifico il presidente della Regione Siciliana Totò Cuffaro, Giuseppe Pignatone e Piero Grasso, rispettivamente inquisito il primo, inquisitore il secondo perché come procuratore aggiunto segue l'inchiesta Cuffaro, capo dell'inquisitore il terzo. Tra gli sponsor del convegno spicca la presenza del Telimar, il circolo della Palermo bene, ben frequentato da magistrati e da molti loro inquisiti.
E forse è bene che sia così pirandelliana oggi la giornata di Palermo, perché quella guerra civile ha lasciato stordita la città. L'uomo aveva paura dell'uomo e nessuno si permetteva di andare al Charleston, il ristorante di Mondello, per non lasciare intendere che avesse soldi e chissà quale tipo di munita, se «manza», ottenuta cioè senza la fatica selvaggia del lavoro (la distinzione è di Peppino Sottile, il maestro dei cronisti) oppure «munita guadagnata».
   Non sarebbe stata possibile se non al prezzo di anatemi ed esorcismi la bellissima storia d'amore tra Diego Cammarata, il sindaco, e la sua fidanzata, una bella e intrigante signora impegnata con Rifondazione comunista, impegnata al punto da doversi fare accompagnare in sezione dal fidanzato, il sindaco, che educatamente l'aspetta e magari anche quando i compagni stanno redigendo manifesti contro l'amministrazione.
   A Palermo i riti per l'avvento della primavera erano proprio quelli dello sbocciare della vita, compresi quelli delle ferite fatte dal risveglio di una giornata di sole. Uscivano dalle acque di Mondello Maria Stella dei conti d'Ayala e Marianna, la baronessina Bartoccelli di Villarosa.
   Maria Stella è bionda, celestiale, colta nel compiersi della sua adolescenza. Esce dall'acqua e come un sipario gli sguardi della spiaggia, quelli delle signore e degli uomini, accolgono questa ragazzina nell'incondizionata ammirazione. La segue Marianna, ancora gracile, costretta a nuotare con gli occhiali. Avverte l'onda di stupore che accompagna l'amica, entra in cabina, si ritrova nello specchio, gracile, con gli occhiali, e giù, con un pugno lo frantuma dicendo: «A tia non ti voglio vedere più».
Tanti hanno dato un pugno a Palermo quando questa ha voluto darsi ai suoi quale specchio dove trovare il proprio ritratto. Non c'è un palermitano che faccia il palermitano. Tra le sparatine di Enrico Ragusa, raccolte nel libro di Salvo Licata, c'è questa: «Ma perché tu, palermitano, dici di essere catanese?». Risposta: «Così la brutta figura la fanno loro».

 
 
 
 

(*) Giornalista - Articolo tratto da "Panorama"

 
 
 
 

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