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C'è diventata assecondando negli anni lo stupro urbanistico.
Ma se Palermo, capitale di Sicilia, già felice emirato di halisah
(l'eletta), ovviamente rasa al suolo dagli americani, custodisce ancora
gioielli architettonici e case stupefacenti (quasi tutte restaurate da
ditte poi costrette al sequestro per riciclaggio di denaro), un debito
lo deve a Salvo Lima.
Il potente viceré andreottiano lo diceva sempre: «Un giorno mi
ringrazierete per aver sempre impedito l'approvazione del piano
regolatore».
E a questo punto si deve dire grazie, altrimenti Palermo avrebbe avuto
tutto il suo centro storico demolito dai geometri e sarebbe ridotta a
due soli grandi assi viari, all'alluminio anodizzato, al cielo in
cellophane, alle piante di plastica e perfino sfinciuni, musso,
calcagnolo, stigghiola e il quadume (tutte note pietanze della cucina da
strada, tutte molto light) sarebbero di plexiglas e non di grasso fritto
saturo.
In Palermo, città del noto problema, si arriva anzitutto col postale da
Napoli (da qualche anno anche da Civitavecchia) sbarcando dunque nel
porto di Giafar.
Scenderci col treno è esperienza vintage, a usare l'automobile, poi, c'è
da farsi la croce con la mano manca (vedi il noto problema), con
l'aeroplano invece è quasi obbligatorio anche perché l'esperienza vale
un trattato di sociologia.
Al gate d'imbarco il viaggiatore avrà modo di osservare come i
passeggeri della Freccia alata, più che nelle altre tratte, sono una
casta meritevole di molta cura e la radiografia dei posti assegnati è il
vero termometro del livello sociale. Così come dalle scorte si capisce
la gerarchia (si passa dai 16 agenti dei magistrati ad alto rischio alla
«singola equipaggiata» di Leoluca Orlando, l'ex sindaco), dai posti
delle prime file si decifra la piramide dell'importanza. I primi
posti sono tutti aggiudicati agli uomini del palazzo di giustizia,
mentre a seguire ci sono i politici-statisti, altrettanto scortati, tipo
Gianfranco Miccichè, Carlo Vizzini; e perfino il caro Renato Schifani,
braccio destro di Silvio Berlusconi, ha ben sei elementi di scorta.
«Cosa incredibile» dice un palermitanazzo dalla lingua fitusa «perché
poi uno così, anche a volerglielo regalare ai criminali, non saprebbero
neppure che cosa farsene». Lo «scortamento ridotto» descrive il declino
dell'uomo pubblico, man mano che gli si riduce la tutela, il grado di
lucore sociale gli si appanna.
Sua eccellenza l'onorevole e dottore Giuseppe dei conti d'Ayala,
fotografia vivente dell'inarrivabile nobiltà siciliana, segnalato tra le
poltrone dai sospiri delle hostess, non ha di questi problemi perché
chiunque gli è accanto o gli s'avvicina inevitabilmente sembra un
famiglio speditogli dal suo soprastante dai feudi di San Cataldo.
Anche i posti delle ultime file sono automaticamente occupati: con gli
occhiuzzi tristi tristi, messi in mezzo tra i secondini, col giornale
sui polsi per nascondere gli schiavettoni, ci sono i detenuti. Con tutti
i processi, tra cassazione e trasferte, c'è un impressionante «acchiana
e scinni» da Palermo.
È naturale questo salire e scendere d'imputati, condannati e avvocati, e
il passeggero anonimo, anche il nostro palermitanazzo dalla lingua
fitusa, trova posto, se lo trova, solo nelle file centrali dove al
passaggio degli steward può prendersi finalmente la sua cosuzza. In
Palermo, città del noto problema, c'è anche la disoccupazione. Ma un
motivo eccentrico e originale rispetto alla retorica dei terroni c'è e
gli è che tutti quelli che hanno un'occupazione hanno poi dai cinque ai
dieci lavori a testa.
Gianni Puglisi per esempio, assessore alla Cultura del Comune, è anche
un pezzo grosso dell'Unicef, è vicepresidente del Teatro Biondo, è
presidente della Società estetica linguistica e filosofica, ha 13
consulenze, è anche rettore della Iulm, l'Università di Milano che ha
dato la laurea honoris causa a Vasco Rossi.
E lamenta di non avere i giusti fondi per il suo assessorato perché, a
sua volta, Davide Rampello, milanese, già regista Fininvest, nella sua
qualità di consulente del sindaco Diego Cammarata assolve le urgenze
spettacolari della cultura panormita: anche moltiplicando consulenze
proprie e altrui.
Dio ce ne scampi avere un palermitanazzo dalla lingua fitusa, proprio un
normanno dall'occhio azzurro e sarbaggio, a far da segnalatore delle
cose di città. Dice: «Tutta la potenza di Palermo è stata risolta nella
fatica di trasformare un avverbio in un aggettivo». L'avverbio che funge
da aggettivo è «invano», e «l'uomo invano» è il campione di una stagione
stremata a dibattersi tra fatuità e vacuità. In Palermo, città del noto
problema, non c'è una classe di rapina, ma «una classe di scimuniti»:
uomini nuovi orbati dal tragico per fare eventi, transumanza d'happy
hour, piritollame, passatempo del fatuo e del vacuo. Perfino Palazzo de'
Normanni, il più antico parlamento nella storia d'Occidente, sede del
trono di Federico II di Svevia, il posto dove manco per sbaglio si
poteva entrare senza cravatta, oggi è diventato un set cinematografico.
Vi si aggirano attori di una produzione spagnola in costume, deve essere
di cappa e spada perché le dame sono tristi e malinconiche dentro le
mura del maniero, ma un'attenuante questa profanazione ce l'ha: è un
favore che Guido Lo Porto, il presidente dell'Assemblea regionale
siciliana, non ha potuto negare a Juan Carlos di Borbone, il re di
Spagna che tornerà da sovrano in Palermo per inaugurare la mostra
sull'Età della dominazione spagnola in Sicilia (e speriamo che, nel
mentre, sua altezza rimproveri Lo Porto d'essersi fatto fare, per la
celebrazione del 52° dell'autonomia, dei poster poi fatti affiggere in
tutta Palermo; speriamo che lo rimproveri come il principe di Salina
fece con Calogero Sedara vestito in frac e sovraccarico d'onorificenze
pacchiane).
Non c'è più la grande stagione della letteratura civile (c'è ancora per
fortuna il catalogo Sellerio con un gioiello, Il mondo è degli
sconosciuti di Salvo Licata, c'è Santo Piazzese e c'è Andrea Camilleri e
il suo prossimo Montalbano, La Luna di Carta) ma lo storico quotidiano
di città, Il Giornale di Sicilia, i suoi editorialisti li prende tutti
tra i forestieri; e la stessa editrice Sellerio il suo consigliori l'ha
preso dall'olimpo della critica letteraria meneghina, ovvero Beppe
Benvenuto.
Come ai tempi dell'annessione al Regno di Piemonte (quando gli italiani
si fotterono tutti i soldi del Banco), tutti i gioielli di famiglia
della città sono stati apparecchiati agli altri. Il Banco di Sicilia se
l'è preso Cesare Geronzi («Capisci a me!» occhieggia il fituso), il
Rapitalà, vino di famiglia di Vito Guarrasi, l'avvocato simbolo della
Palermo aurea, oggi è sotto il controllo del Gruppo italiano vini di
Verona.
Del Nord sono anche i proprietari dei 105 sportelli di Banca Nuova, là
dove c'erano i vinelli e i vigneti dei cugini Nino e Ignazio Salvo ora
c'è il marchio Zonin e le mitiche esattorie dei defunti cugini sono
state elevate a virtù democratica dall'altrettanto mitico Monte dei
Paschi di Siena. Anche le aziende dei defunti cavalieri del lavoro sono
finite nelle casseforti delle coop rosse: «Ma quelle sono vicende catanesi e agrigentine, capisci a me!».
Non c'è un palermitano che faccia il palermitano. Il meraviglioso
squadrone rosanero del Palermo è nelle sicure mani di Maurizio Zamparini,
un friulano, il grandissimo Luca Toni (che il Signore lo protegga) è di
Modena e uno schiticchio, ovvero ciò che in altre latitudini si chiama
party, è stato offerto ai palermitani di lusso dal nuovo proprietario di
Villa Igea: Gaetano Caltagirone, il figlio di Francesco Bellavista
Caltagirone, l'altra famiglia forestiera sbarcata a Palermo per fare di
Palermo la vera Palermo, la capitale del liberty e della gradevolezza
del vivere.
Sergio e Claudio Magazzù, due fratelli, hanno brevettato un gommone di
12 metri regolarmente cabinato. È una cosa molto toca, ovvero ciò che in
altre latitudini si dice una cosa molto fica, il prototipo gliel'ha
comprato la Ferrari e così si completa l'affanno del marketing chic.
È anche vero che la vera Palermo è un album di signorilità: Mimì La
Cavera ed Eleonora Rossi Drago sono la coppia la cui apparizione
necessita di un Federico De Roberto per spiegarne il tratto imperiale.
Emanuele Macaluso, il grande capo della politica intesa come
ragionamento, il fabbro del pensatoio riformista, è parte di questa
atmosfera fatta di grandezze. Nel solco della Palermo dei signori,
figlio di quell'élite, i Gallo, signori e pionieri dell'imprenditoria
portuale, c'è Vincino, l'unico grande poeta della vignetta.
È anche vero che la vera Palermo è tutta fuori Palermo: sono tutti
all'estero e la città è solo l'approdo della villeggiatura. Paco e
Tommaso Wirz, due giovani signori di grande educazione, da Villa De
Simone Wirz, la loro residenza a Partanna Mondello, possono garantire
sul ritorno prossimo venturo dell'élite alla responsabilità di vivere la
città.
Loro, a ogni modo, lavorano a Milano e Milano è solo il quartiere più
brillante di Palermo: basterebbe farsi accompagnare da Alessia Sottile
(bellissima, sia detto per la cronaca), responsabile di un'agenzia di
comunicazione Hsl, per scoprire nell'incunearsi dell'Europa tutta quella
Palermo che in Sicilia non abita più. È tutta una questione di
posizionare il proprio destino tra stare accabbanna o addabbanna, parole
che altrove significano «di qua» e «di là».
Accabbanna è anche il titolo del cd di Olivia Sellerio, un album jazz
forgiato nella sonora malìa di stare di qua. Accabbanna Giuseppe e
Alberto Tasca d'Almerita hanno allestito a Capo Faro, a Salina, una tana
esclusiva, non certo abbordabile come la taverna del Dottore del brodo o
la balata dei Fratelli Viviano a Porta Carbone.
Anche accabbanna ci vuole la moneta e a Palermo con un euro si può
pranzare: bisogna avere l'idea, ed è una misericordia che avrebbe
commosso il Profeta vedere la gente mangiare per strada: tutti piegati
in avanti per non ingrasciarsi di schizzi e sgocciolanti frattaglie. Sul
bancone dei pescivendoli il tonno fatto a pezzi viene presentato come
«tonno vivo» e la metafora è delicata assai perché tutto ciò che pare
vivo deve essere necessariamente morto ammazzato.
Di là, addabbanna, c'è Milano, quella di Marco Glaviano, il fotografo
della moda, quella delle signore del vino, il Planeta, le cui bottiglie
educano alla verità di Dioniso.
A Milano c'è Marcello Dell'Utri, e non potrebbe che essere in via
Senato, nella sua biblioteca.
Tra le sue carte, c'è un tesoro, è la bomba editoriale della prossima
stagione, un inedito: le lettere di Giuseppe Tomasi di Lampedusa ai
cugini Casimiro e Lucio Piccolo. Sono resoconti di viaggio firmati «il
mostro», reportage senza filtro sulle città d'Europa nel periodo tra le
due guerre mondiali. Dire che c'è una prosa poco opportuna politicamente
è un eufemismo: succederà l'inferno, sarà peggio del maxiprocesso.
C'è pure una tappa a Berlino. Il libro è in cottura. Lo sta curando
Silvano Nigro, un catanese cattedratico della Normale di Pisa che,
chissà perché, in luogo di dire la famosa parola siciliana nel modo
giusto, dice sempre «minchieo!», «ma probabilmente» corregge il fituso
«si riferisce al rettore Melamineo».
La Palermo dei creativi e degli artisti s'è ritrovata con il siracusano
Roy Paci & Aretuska, una band che è la filiazione del Fiorello in
versione snob. Anche l'America è un quartiere tutto palermitano.
Promessi applausi a scena aperta per What you see is what you get: «You
remember? I'm your Saro, tuo cucino in Bruccolino/ Mangia e vivi e futti
futti ca poi Diu perdona a tutti./ Car and bitches, night and club ma
non chiedermi il perché».
A tutto c'è rimedio e in tutto c'è una spiegazione: Palermo è una città
che ha avuto una guerra civile, la guerra tra l'antimafia chiodata e il
garantismo. Comincia con la primavera di Orlando, nel 1986, e finisce
con la partenza di Gian Carlo Caselli, qualche mese prima del 23 ottobre
1999, l'assoluzione di Giulio Andreotti. Molti malacarne sono stati
assicurati alle galere, però macerie, feriti e morti si contano ancora
nella parabola dei rancori e del lutto stretto.
Palermo che non è solo la città del noto problema, e cioè il traffico,
ma geografia di puro contesto è la scivolosa palude del mascariamento,
rivive gli strascichi di quella guerra nella maledizione di una parodia.
C'è il garantismo della Casa delle libertà, ma non è quello di Leonardo
Sciascia, e c'è la guerra civile che s'è rigenerata all'interno
dell'antimafia, nel palazzo di giustizia, nei circoli di città e nelle
redazioni dei giornali.
L'avvocato più famoso, Giulia Bongiorno, alla lettura dell'assoluzione
di Andreotti esulta in un modo troppo telegenico e si consegna così al
carrello dei volti buoni per L'Isola dei famosi.
Deve essere una malattia che prende tutti se Angelo Siino, il cervello
dell'ultima generazione mafiosa, oggi pentito, vestito con una camicia a
quadrettoni, pantaloni di velluto, informale, al giudice che lo
interroga dice: «Mi deve scusare se sono venuto in desabigliè, in tenuta
di campagna. Sono venuto com'ero».
Siino s'era comprato la casa dove fecero il set di Il giorno della
civetta, la casa di don Mariano a Partinico.
È malattia che acchiappa il successo: la sorella di Paolo Borsellino fa
da testimonial alle serate in libreria da Feltrinelli con Sabina
Guzzanti affinché tutto finisca a varietà; e la sorella di Giovanni
Falcone ha smesso di fare da voce postuma del fratello dopo una
delusione elettorale; mentre la signora Bertolino, cognata di Siino, è
difesa da Alfredo Galasso e la difesa non corrisponde allo stereotipo.
Bertolino è sotto accusa per via di una distilleria inquinante, Galasso,
che ha sempre difeso gli indifesi, in questo caso sembra essere passato
dall'altra parte ma la città non è più quella in cui qualcuno diceva «la
mafia non esiste», mentre altri rispondevano «la mafia siete voi».
Al convegno su cooperazione giudiziaria e mandato di arresto europeo, si
sono ritrovati nello stesso comitato scientifico il presidente della
Regione Siciliana Totò Cuffaro, Giuseppe Pignatone e Piero Grasso,
rispettivamente inquisito il primo, inquisitore il secondo perché come
procuratore aggiunto segue l'inchiesta Cuffaro, capo dell'inquisitore il
terzo. Tra gli sponsor del convegno spicca la presenza del Telimar, il
circolo della Palermo bene, ben frequentato da magistrati e da molti
loro inquisiti.
E forse è bene che sia così pirandelliana oggi la giornata di Palermo,
perché quella guerra civile ha lasciato stordita la città. L'uomo aveva
paura dell'uomo e nessuno si permetteva di andare al Charleston, il
ristorante di Mondello, per non lasciare intendere che avesse soldi e
chissà quale tipo di munita, se «manza», ottenuta cioè senza la fatica
selvaggia del lavoro (la distinzione è di Peppino Sottile, il maestro
dei cronisti) oppure «munita guadagnata».
Non sarebbe stata possibile se non al prezzo di anatemi ed esorcismi la
bellissima storia d'amore tra Diego Cammarata, il sindaco, e la sua
fidanzata, una bella e intrigante signora impegnata con Rifondazione
comunista, impegnata al punto da doversi fare accompagnare in sezione
dal fidanzato, il sindaco, che educatamente l'aspetta e magari anche
quando i compagni stanno redigendo manifesti contro l'amministrazione.
A Palermo i riti per l'avvento della primavera erano proprio quelli
dello sbocciare della vita, compresi quelli delle ferite fatte dal
risveglio di una giornata di sole. Uscivano dalle acque di Mondello
Maria Stella dei conti d'Ayala e Marianna, la baronessina Bartoccelli di
Villarosa.
Maria Stella è bionda, celestiale, colta nel compiersi della sua
adolescenza. Esce dall'acqua e come un sipario gli sguardi della
spiaggia, quelli delle signore e degli uomini, accolgono questa
ragazzina nell'incondizionata ammirazione. La segue Marianna, ancora
gracile, costretta a nuotare con gli occhiali. Avverte l'onda di stupore
che accompagna l'amica, entra in cabina, si ritrova nello specchio,
gracile, con gli occhiali, e giù, con un pugno lo frantuma dicendo: «A
tia non ti voglio vedere più».
Tanti hanno dato un pugno a Palermo quando questa ha voluto darsi ai
suoi quale specchio dove trovare il proprio ritratto. Non c'è un
palermitano che faccia il palermitano. Tra le sparatine di Enrico
Ragusa, raccolte nel libro di Salvo Licata, c'è questa: «Ma perché tu,
palermitano, dici di essere catanese?». Risposta: «Così la brutta figura
la fanno loro». |
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